David Foster Wallace (Einaudi, 2012)

Se pensi di leggere un libretto, 90 pagine, scritto da un mistico occidentale fanatico del tennis, mi dispiace ma sei fuori strada.

Era la prima volta che leggevo un libro di David Foster Wallace e ho già ordinato un’altra delle sue opere perché il suo stile di scrittura è diverso. Non hai una storia che con un inizio ed una fine, lineare, pulita. Le pagine sono frammentate, infarcite di aneddoti, note, riferimenti. Non a caso è considerato il narratore americano più innovativo degli ultimi 30 anni.

Ma torniamo al libro. Ci sono due racconti.

Democrazia e commercio agli US Open, pubblicato nel “The New York Times Magazine” nel 1996 e Federer come esperienza religiosa, sempre uscito nel “The New York Times Magazine” ma nel 2006.

Democrazia e commercio agli US Open è ambientato nello stadio dello Slam statunitense, il 3 settembre 1995, ed in campo c’è Pete Sampras contro Mark Philippusis. Due titani che danno battaglia e spettacolo per il pubblico e l’autore osserva la partita proprio come uno spettatore. Ma uno spettatore che è anche giornalista e appassionato di tennis, che osserva ogni minimo dettaglio, dentro e fuori del campo. Perché “il tennis professionistico viene sempre definito sport internazionale ma sarebbe più esatto definirlo sport multinazionale“. La maggior parte dei guadagni dei giocatori derivano dai contratti pubblicitari e le grandi aziende, se vogliono far fruttare questo investimento, devono vendere e anche tanto. E i tornei sono il luogo ideale dove la gente non guarda al centesimo, né per il cibo né per i gadget.

Federer come esperienza religiosa è invece ambientato nel tempio del tennis, Wimbledon. Finale del 2005 tra Roger Federer e Rafael Nadal, i due opposti del tennis che ancora oggi ci regalano delle giocate e delle emozioni che te le ricordi per giorni interi.

I “momenti Federer” tutti noi li abbiamo avuti, almeno una volta nella nostra carriera tennistica. Quell’istante della partita nel quale ti viene un colpo di genio che non sai neanche tu come ci sei riuscito e anche l’avversario si complimenta con te. E l’incapacità di tradurre a parole il proprio gioco è caratteristica anche dei professionisti, compreso Roger Federer le cui poche dichiarazioni “sono sostanzialmente banali e l’unica cosa che le rende interessanti è la presenza di una serie di intercalari che consentono di capire quanto il campione sia ancora giovane”. Quello che salta all’occhio dello spettatore è la bellezza di certi gesti, ineguagliabili. Gesti che richiedono ripetizioni e ripetizioni, senza chiedersi il perchè vadano fatti così, che a lungo andare possono portare alla gloria. Ma anche all’odio, vedasi Andre Agassi e quello che ha scritto nella sua autobiografia.